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Il Villaggio sul tetto

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Ben nascosta, alla fine di una viuzza della Città Vecchia vive, mantenendo intatte tutte le proprie abitudini, una delle più antiche comunità cristiane di Gerusalemme

Quella cristiana etiope è una delle più antiche sette religiose ed una delle più vicine alla cristiana d’Occidente, nonostante la storia del primo cristiano etiope sia una delle più amate delle scritture sacre.

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villaggio sul tetto

 
“Queste genti si riunivano con impazienza per le celebrazioni, uomini e donne iniziavano ad esultare e a battere le mani, a riunirsi in cerchio… il fervore e la devozione erano tali da renderli alla fine esausti”. Un rito di preghiera pentecostale americano? Non proprio. Queste parole furono scritte nel 1502 da Bernhard von Breidenbach, un pellegrino tedesco che, arrivato a Gerusalemme, venne introdotto nella comunità cristiana etiope, nello stesso luogo in cui si trova ancora oggi.


Quella cristiana etiope è una delle più antiche sette religiose ed una delle più vicine alla cristiana d’Occidente, nonostante la storia del primo cristiano etiope sia una delle più amate delle scritture sacre. Egli era un alto ufficiale della guardia reale, un eunuco battezzato dall’apostolo Filippo (Atti 8:26-40) “nella strada che nel deserto porta da Gerusalemme a Gaza”. Quest’uomo, ci dicono le scritture, “seguiva il proprio cammino con gioia”, e si può dedurre che fu lui a portare il cristianesimo in Etiopia.


La chiesa etiope non ebbe grande sviluppo in quanto rifiutava un principio basilare, predicato per secoli dalla chiesa antica – e in seguito iscritto nelle pietre canoniche – relativo alle modalità di espressione degli elementi umani e divini di Gesù. Gli etiopi, rispetto alle chiese tradizionali, credevano nella coesistenza della natura umana e divina in Gesù e, per questo, essi sono definiti monofisiti (“una natura” in greco). Essi condividono questo concetto con altre chiese antiche come la giacobita siriana.

Il monastero etiope a Gerusalemme è attiguo alla Chiesa del Santo Sepolcro. Attiguo è forse un termine improprio, visto che dopo vari secoli di distruzione e ricostruzione dell’area, il monastero finì letteralmente con l’adagiarsi sul tetto di uno degli innumerevoli piani del Santo Sepolcro, in un punto che originariamente rappresentava una porzione della chiesa del XII secolo. Le linee d’imposta degli archi gotici di questa parte della chiesa sono ancora visibili dall’alto delle pareti intorno il perimetro del chiostro.


La tradizione etiope afferma con certezza che il re Salomone donò loro questo monastero. Gli storici potrebbero avere a che dire circa l’esattezza dei particolari, ma il collegamento tra il saggio re biblico e gli etiopi è assolutamente certo – anche risalendo alla storia della regina Sheba (1 re 10:1-13), che arrivò a Gerusalemme portando con sé doni ed enigmi per Salomone. Gli studiosi trovano delle similitudini tra alcune usanze etiopi e quelle ebraiche se si torna indietro a quel periodo. La comunità ebraica d’Etiopia, che conta ancora oggi diversi membri in Israele, potrebbe essere migrata in Etiopia dalla Terra Santa proprio a quell’epoca.


All’ingresso del monastero vi è un’antica colonna che segna la nona stazione della Via Crucis dove, secondo la tradizione, Gesù cadde per la terza volta portando la croce. Entrando nell’immacolato chiostro, potrete ricevere un caldo sorriso di benvenuto da uno dei monaci più anziani, seduto su di una traballante sediolina pieghevole. Qui non si parla inglese ma il linguaggio internazionale di amichevole saluto è comprensibile in tutto il mondo. Anche nei giorni più caldi si può trovare un po’ di frescura all’ombra di un albero del pepe ad uno degli angoli del chiostro: il posto più adatto per riunirsi a leggere le sacre scritture.


E’ difficile stabilire quante persone vivano in questa comunità, nota come Deir al-Sultan (il monastero del sultano). Dietro ognuna delle circa dodici piccole porte verdi vi è una minuscola stanza dove ogni monaco trascorre pregando la sua giornata. Potrete osservare le donne etiopi della comunità intente a cucinare per i monaci nella piccola cucina comune. Nella discreta semplicità di questo luogo è difficile pensare di essere così vicini alla brulicante e rumorosa strada del mercato della Città Vecchia.

Abbassatevi un istante ed attraversate la minuscola porta d’ingresso che conduce ad una delle due piccole cappelle. Bisognerà che i vostri occhi si abituino prima all’oscurità che vi è all’interno e poi alla vista di una chiesa che, probabilmente, non somiglia a nessuna di quelle che avete già visto.


Non sorprendetevi se un monaco vi viene incontro dal buio e vi invita a sedere su una delle grezze panche in legno. Davanti a voi vedrete una parete in legno, intarsiata con decori geometrici in avorio, dalla quale si apre una porta che, nonostante sia delimitata da funi, lascia intravedere il tempio con l’altare, una separazione che risale al Tempio di Salomone. Sulla parete vi sono dei decori di epoca recente ed uno di essi rappresenta la visita della regina Sheba al re Salomone. Il mélange artistico tra passato e presente si ritrova nella stravaganza di alcuni particolari: gli uomini del seguito del re Salomone, ad esempio, sono rappresentati come ebrei ultra-ortodossi in abiti formali, con tanto di cappelli neri e boccoli! 


Il momento più emozionante della visita del monastero è quando il monaco si dirige lentamente verso  la parete, prende in mano un libro a forma di croce dall’angolo ed inizia a recitare preghiere in una lingua sconosciuta – il gez, l’antica lingua sacra d’Etiopia (la stessa usata dagli ebraici etiopi). Non possiamo comprendere nulla fino a quando non pronuncia due parole: Filippo e Gaza. A questo punto egli fa una pausa per sottolineare che sta leggendo la storia delle origini della sua gente, strettamente legate alla cristianità, la storia di Filippo e dell’eunuco etiope.


Si può quindi scendere attraverso degli stretti gradini in pietra alla seconda cappella, in cui i decori geometrici in avorio sulla parete in legno posta  dietro l’altare brillano come stelle nell’oscurità, e dove un altro monaco apre la porta per farvi uscire.

Nel socchiudere gli occhi per la luce del sole, ci vorrà un attimo per rendersi conto di essere nella Gerusalemme del 21° secolo, dopo questo tuffo nelle lontane origini della storia e della tradizione cristiana.



 

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