“Quindi il Signore disse a Mosè: “Scrivi queste parole, perché su queste ha fatto la mia alleanza con te e con Israele”” (Esodo 34:27).
Indubbiamente considerati tra i più rilevanti ritrovamenti archeologici del XX secolo, i rotoli del Mar Morto contengono le più antiche copie conosciute della Bibbia Ebraica (Torah) e parti che descrivono la vita, il pensiero e l’epoca in cui visse la setta del Mar Morto. La maggior parte degli studiosi sostiene che quest’ultima vivesse a Qumran, dove avvenne il ritrovamento dei manoscritti. Il sacrario della Bibbia dell’Israel Museum a Gerusalemme celebra il 60° anniversario della nascita d’Israele oltre che dell’eccezionale rinvenimento - avvenuto un anno prima – esponendo per la prima volta i manoscritti di Isaia, le cui profezie sono divenute proverbiali per una pace durevole.
Si tratta di uno dei 7 scritti originali scoperti nelle grotte vicino Qumran, sopra il Mar Morto, nel 1947. Negli anni successivi nella stessa regione furono ritrovati qualcosa come 800 manoscritti, dei quali circa 200 sono biblici. Quello di Isaia è il più importante e meglio conservato, oltre che l’unico integrale: le 54 colonne comprendono tutti i 66 capitoli della Bibbia.
E’ anche uno dei più antichi manoscritti rinvenuti a Qumran: risale circa al 100 A.C., quindi è più antico di 1000 anni rispetto a quello che precedentemente era considerato il più antico manoscritto ebraico biblico: il Codice di Aleppo. Altre 20 ma frammentarie copie del manoscritto di Isaia vennero scoperte tra quelli di Qumran. La Bibbia era il tema di 6 commenti ed è spesso citata in altri manoscritti.
Fino ad oggi era stato esposto soltanto un facsimile del manoscritto di Isaia, in una sala del museo allestita con elementi che si ispirano ai vasi in creta che contenevano i primi scritti ritrovati. Uno dei momenti più emozionanti per i visitatori è osservare coloro i quali parlano Ebraico, e soprattutto i giovani, intenti a leggere le parole immortali dei manoscritti ad alta voce, nella stessa lingua in cui si espressero i profeti. Anche un piccolo frammento del manoscritto di Isaia faceva parte dell’esposizione.
Adesso, invece, i visitatori potranno ammirarne la versione integrale, lunga circa 2,5 metri, che contiene la celebre frase: “Forgeranno le loro spade in vomeri” (Isaia 2:4).
Per illustrare il messaggio fondamentale del profeta, oltre ai manoscritti sono esposti anche degli arnesi in ferro dell’VIII sec. A.C., periodo in cui visse Isaia. Si troveranno anche dei sigilli ellenistici, rinvenuti di recente e mai mostrati prima, che raffigurano una colomba recante un ramo d’ulivo, altro biblico ed universale simbolo di pace. Una conferenza internazionale di ricerca si svolge dal 6 all’8 luglio, in concomitanza con la mostra.
L’opera di trascrizione della Bibbia è considerata sacra e viene svolta con la massima cura e precisione. Al “sacrario” della Bibbia, quindi, è stato attribuito un nome davvero appropriato. Una delle opere più emozionanti, oggetto di una più modesta esposizione al piano inferiore, è il Codice di Aleppo, scritto nel X secolo a Tiberiade. Esso è considerato la versione “autorizzata” sulla quale si basano, oggi, tutte le Bibbie Ebraiche. Venne custodito per un po’ a Gerusalemme, rimosso nell’epoca delle Crociate e restituito alla comunità ebraica d’Egitto, dove si trovava il grande saggio Maimonide (1135-1204), per la trascrizione dei manoscritti della Torah. Successivamente fu presumibilmente portato ad Aleppo, in Siria, forse da un nipote di Maimonide, e conservato nella sinagoga. Nel 1947, subito dopo la decisione delle Nazioni Unite di separare la Palestina, la sinagoga di Aleppo venne distrutta e si credette che il libro sacro fosse andato perduto. Nel 1957 un ebreo siriano che andò a vivere in Israele, Mordechai Faham, contrabbandò il manoscritto, nascondendolo in una vecchia lavatrice, protetto da una tela ruvida. Lo mostrò ad Itzak Ben-Zvi, secondo Presidente d’Israele e studioso delle comunità ebraiche mediorientali. Si decise, quindi di affidare il manoscritto all’Istituto Ben-Zvi.
Manca all’appello circa un terzo dei manoscritti. Prima si pensava potessero essere stati dati alle fiamme, ma adesso si ritiene che alcune pagine siano in possesso di ignoti in varie parti nel mondo. Nel dicembre 2007 un piccolo frammento dell’Esodo 8, che contiene anche le parole di Mosè “Lasciate andare la mia gente…” fu consegnato all’Istituto Ben-Zvi dai discendenti di un ebreo siriano americano, Sam Sabbagh… Egli era immigrato negli Stati Uniti e lo custodì finchè fu in vita, nella convinzione che ciò avrebbe scongiurato i tumulti ad Aleppo e tanti altri disastri.
Per commemorare, lo scorso anno, il 60° anniversario del rinvenimento dei manoscritti, l’Israel Antiquities Authority (l’IAA) - custode dei manoscritti e fondatrice di un laboratorio ad essi dedicato – ha organizzato una conferenza urgente sul tema della loro salvaguardia. Sono stati invitati esperti del Ministero Italiano dei Beni Culturali, per trovare delle soluzioni ad alcuni importanti problemi, come il distaccamento dei frammenti che si trovano ancora sotto l’originaria lastra di vetro che protegge gli scritti dagli anni ’50, periodo in cui iniziarono le ricerche.
La mostra “Un Giorno a Qumran” svela i segreti della setta del Mar Morto che viveva nel sito in cui i manoscritti vennero poi trovati. Nel museo, al Centro Informativo e di Studi sul Mar Morto della Fondazione Dorot si può assistere ad una presentazione audio-visiva che mette in scena le difficoltà della vita all’epoca del secondo Tempio. Gli elementi forniti ed il plastico su scala 21.500 mq del secondo Tempio che descrive Gerusalemme ai tempi di Gesù, diventano tasselli complementari che consentono di fare luce su di un periodo di capitale importanza per la Storia e per le Scritture Sacre.
www.israelmuseum.org
